Recensione al romanzo "Jane Eyre" di C. Bronte, a cura di Monica Maratta per il blog "Les fleurs du mal".

Nel 1848 il romanzo “Jane Eyre” di un enigmatico scrittore di nome Currer Bell divenne il caso letterario dell’anno. Un’ epoca in cui si affermava che la letteratura non doveva essere l’obiettivo nella vita di una donna poiché in tal modo sarebbe venuta meno ai suoi doveri primari, giustifica l’uso dello pseudonimo da parte della Bronte. Possono gli elementi autobiografici indurre al successo indiscusso di un’opera? Certo, “Jane Eyre” viene giudicato come il miglior romanzo di C. Bronte, la cui stesura avvenne nel 1847 nello stesso periodo in cui la sorella Emily componeva “Cime tempestose”. La critica lo ritenne già all’epoca un capolavoro sia per gli schemi di confezione testuale, sia per lo spessore psicologico dei personaggi. In merito alla componente autobiografica, si è tutti d’accordo nell’affermare che esistono nell’opera episodi della biografia della scrittrice facilmente individuabili.
Altro elemento che ha contribuito al felice esito di “Jane Eyre” è il tono di confessione autobiografica.
Cosa ha provocato nei lettori dell’epoca la morbosa curiosità nei confronti di questo romanzo?
Il desiderio!
In questa parola è racchiusa tutta la forza e il successo di Jane Eyre ma anche la ribellione di critici bigotti e tradizionalisti. Solo un uomo, infatti, era legittimato a provare del desiderio, di certo non una donna per di più di rango sociale inferiore, figuriamoci, poi, se potesse scriverne in libertà.  La Bronte lo fa, parla di una provinciale governante che sente una passione fortissima per un uomo sposato, non ha vergogna di ammetterlo e lo scrive. “Jane Eyre” è tutto il contrario dell’asessuata donna vittoriana. Non solo, osa lavorare fuori casa, si mantiene, è indipendente, rifiuta proposte di matrimonio che non le garbano mettendo i propri desideri al pari con quelli maschili. Quanta passione e forza d’animo in un’autrice che, nella vita reale, era considerata una donna timida, schiva, che si pronunciava con lentezza e gravità ai suoi interlocutori, ma che poi lanciava loro sguardi di fuoco.
L’elemento autobiografico che la C.Bronte usa nella narrazione, l’intelligenza, la dignità, il senso ironico e l’insofferenza verso le donne dell’epoca, buone solo a conformarsi alle condizioni dettate dall’uomo, la individuano come l’erede più diretta di George Eliot. Già nella prima parte del romanzo il lettore s’imbatterà in una piccola Jane Eyre che all’apparenza subisce i soprusi della zia e i suoi figli viziati, invece mostra il bozzolo di una personalità destinata a divenire forte e determinata.

“John non sentiva molto affetto per la madre e le sorelle, e per me provava avversione. Mi tiranneggiava e mi maltrattava, non due o tre volte la settimana, o due o tre volte al giorno, ma continuamente. Ogni nervo in me lo temeva, ogni muscolo si contraeva al suo avvicinarsi. In certi momenti mi sentivo impazzire dal terrore che mi ispirava, perché non avevo nessuno a cui rivolgermi per difendermi dalle sue minacce e dai suoi maltrattamenti. I domestici preferivano non offendere il signorino prendendo le mie parti contro di lui; e la signora Reed, su questo punto, era sorda e cieca; non lo vedeva mai picchiarmi e non lo sentiva insultarmi, sebbene facesse ogni tanto entrambe le cose in sua presenza, ma più spesso, è vero, dietro le sue spalle. Avevo l’abitudine di obbedire a John, e mi avvicinai alla sua sedia. Lui rimase per tre minuti a tirarmi fuori la lingua quanto poteva senza strapparla dalle radici. Sapevo che mi avrebbe picchiato e, mentre aspettavo con timore il colpo, riflettevo su quanto fosse brutto colui che mi avrebbe colpito. Forse mi lesse in viso il pensiero, perché a un tratto, senza aprire bocca, mi assestò un colpo violento. Vacillai e, riacquistando l’equilibrio, arretrai di qualche passo.
“Questo,” disse “è per la sfacciataggine con cui hai risposto alla mamma poco fa, e per il modo furtivo di nasconderti dietro la tenda, e per lo sguardo che avevi negli occhi due minuti fa, vipera!”
Abituata ai maltrattamenti di John Reed, non pensavo mai a rispondere, ma soltanto a come sopportare il colpo che sarebbe venuto dopo l’insulto.
“Che cosa facevi dietro la tenda?” mi chiese.
“Leggevo.”
“Fammi vedere il libro.”
Tornai alla finestra a prenderlo.
“Non hai il diritto di prendere i nostri libri. Sei una dipendente, dice la mamma. Non hai denaro: tuo padre non te ne ha lasciato. Dovresti chiedere l’elemosina, e non vivere con ragazzi di famiglia signorile come noi, mangiare quello che mangiamo noi o vestire a spese della nostra mamma. Ti insegno io a frugare tra i miei libri, perché i libri sono miei. Tutta la casa è mia, o lo sarà tra pochi anni. Va’ vicino alla porta, ma tienti lontana dallo specchio o dalle finestre.”
Obbedii, senza capire subito che intenzione avesse. Ma quando sollevò e soppesò il libro e poi lo vidi sul punto di scagliarlo, istintivamente mi tirai da parte con un grido, tuttavia non abbastanza in fretta. Il libro, scagliato, mi colpì, e io caddi battendo la testa contro la porta e mi ferii. La ferita sanguinava e mi faceva male. Il mio terrore aveva varcato i suoi limiti, seguito ormai da altri sentimenti.
“Sei cattivo,” gridai “crudele! Sei come un assassino, un mercante di schiavi, sei come…gli imperatori romani!” 
Un grande classico che risulta attuale anche al giorno d’oggi per l’attenzione dedicata alla psicologia e all’analisi interiore dei personaggi.
Un’autrice intramontabile che, ancora oggi, parla a chi cerca di innalzarsi superando gli ostacoli che la vita ci pone, siano essi di natura sentimentale o esistenziale.

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